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Papoose

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Papoose, negli Stati Uniti, significa un bebè indiano, nel senso di aborigeno del Nord America. In quel senso, però, la parola non si può più usare, perché è considerata offensiva. Ma papoose indica anche quella specie di culla portatile, usata appunto dagli indiani per portare sulle spalle i bambini. La Piper Aircraft aveva iniziato a dare ai propri aeroplani nomi di tribù nordamericane, (famosissima la linea dei Cherokee, che diventerà una delle serie di aerei più prodotte della storia). All’inizio degli anni 1960, la Piper decise di costruire e collaudare un nuovo aereo in materiali compositi, quando ancora si facevano aerei in tubi e tela. In quel senso, allora, si capisce la scelta del nome, Papoose, per il nuovo velivolo: era il nuovo nato nella stirpe degli indiani. Ma era anche la culla delle nuove tecnologie, che oggi sono all’ordine del giorno. Piper PA-29 Papoose Un aereo biposto da addestramento in materiale composito che era di trent’anni in anticipo sui tempi di Frank Aye...

Buchi nell'aria

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Insuccessi ormai dimenticati Durante l'età d’oro dell’aviazione generale, molte proposte, tanti prototipi e vari modelli di produzione morirono sul nascere. Di LeRoy Cook (Traduzione di L. Pavese) Durante l'età d’oro dell’aviazione generale negli Stati Uniti, la definizione della quale varia a seconda di chi ne parla, ma che si potrebbe identificare con i cinquant’anni che vanno dal 1960 al 2010, vi furono tanti aeroplani, solo proposte ma anche prototipi e velivoli di produzione, che nacquero morti o morirono sul nascere; e anche meritatamente, in alcuni casi. In altri, invece, il fallimento fu il risultato di una tempistica sbagliata o di un’immeritata cattiva reputazione. Io fui testimone della maggior parte di suddette mal recepite presentazioni, ed ebbi anche occasione di pilotarne alcune. A beneficio dei lettori, vorrei dragare dal fondo della mia memoria alcuni di questi progetti quasi riusciti. Se non altro, le mie reminescenze potrebbero portare una ventata di realism...

Il massacro continua

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  La seguente è la seconda parte del racconto dei fatti del tragico 16 giugno 1955 a Buenos Aires; quando elementi delle forze armate tentarono di eliminare il capo di stato argentino, mediante un bombardamento della Casa Rosada, cioè la sede del ramo esecutivo del governo. (La prima parte della cronistoria è qui ,e forse sarebbe meglio che leggeste le varie parti in ordine). Ci sono alcune considerazioni da fare: mi pare molto strano che gli ufficiali dell'Aviazione Navale Argentina che pianificarono l'attacco non si rendessero conto delle limitate capacità dei loro relativamente modesti bombardieri: riuscire a colpire con precisione il presidente, senza neanche sapere esattamente dove fosse, era praticamente impossibile. Quindi, l'attacco sembra essere, almeno secondo me, un "regolamento di conti" fra le diverse forze armate ( e qui bisognerebbe approfondire la storia argentina, per capire la rivalità, per esempio, fra la Armada e l'Esercito). E questo odi...